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Cinque immagini, 370 anni di storia

Benché la stampa locale abbia già dato ampio risalto alle vicende della campana che si trova sul tetto della chiesa della SS. Trinità, torniamo brevemente sull’argomento forse non da tutti conosciuto.La campana di Teregua Questa campana che l’estate prossima suonerà a festa per annunciare il completamento dei lavori di restauro della chiesa avviati nell’ottobre 2007, porta con bella disinvoltura i suoi 370 anni, essendo nata nel 1638 dai rottami di quella posta in opera circa un secolo prima. Era da poco successo che, per rappresaglia contro gli abitanti di Teregua i quali si erano ribellati alle ruberie dei soldati francesi condotti dal duca di Rohan, nel 1635 gli stessi avevano dato fuoco alla chiesa, provocando la caduta a terra della campana. I “tareguatt” però non si erano persi d’animo e appena saputo che ad Albosaggia era arrivato dalla Lorena un famoso fonditore di campane di nome Nicolas Garnier, caricarono su un carretto il rottame portandolo, con le strade di allora, fino in quel di Sondrio, per ricavarne una campana nuova. Che è poi quella attuale con tanto di scritta a testimoniare da chi e quando è stata fabbricata. A pagare le spese – pare che il costo del trasporto avanti e indietro fosse stato superiore a quello della stessa fusione – fu Vitale Andrioli, un “benestante” del posto che probabilmente si sentiva in debito con la SS. Trinità.

Il cassone delle “granezze”

Nel 1644, cioè sei anni dopo questo fatto, Il cassone delle "granezze"si decide di costruire la “nuova sacrestia” sopra quella già esistente, per avere un locale asciutto e protetto dall’umidità, dove immagazzinare “le granezze” del Monte di Pietà istituito per soccorrere orfani e vedove sopravvissuti alla peste che tante vittime aveva fatto anche in Valfurva tra il 1635 e il 1636. Per chi non se ne intende “le granezze” erano la segale e la “duméga” che venivano conservate dentro un cassone come quello raffigurato qui accanto. Anzi, visto che il locale della “nuova sacrestia” non è stato intaccato dall’umidità, è del tutto probabile che ci troviamo di fronte al cassone originale del 1644.

L’«armarión»

Per continuare la storia della chiesa attraverso i suoi arredi, va detto che nell’anno successivo viene messa in opera la balaustra a delimitare il presbiterio. Qui però ci spostiamo più avanti per ricordare che nel 1767 Ignazio Bardea, ben noto storico locale che è stato parroco di Valfurva dal 1763 al 1774, ordina la costruzione di un “armarión” da mettere in sacrestia, quella vecchia s’intende, per la custodia dei sacri arredi. Si tratta della cassettiera qui accanto che, date le sue dimensioni, non poteva Cassetto dell'«armarion»passare attraverso la porticina di accesso alla sacrestia medesima e il “maestro marangone” fu costretto a smontare il mobile per posizionarlo. Non diversamente da quanto tra poco dovrà fare il restauratore Marco Bertalli per rimetterla al suo posto. Sulla qualità del mobile la dice lunga la decorazione a finta radica ben evidenziata nel particolare di uno dei cassetti che lo compongono: Cecilia Ghibaudi che ha seguito il restauro della cassettiera per conto della Soprintendenza, stima che sia opera di un esperto artigiano attivo in alta valle.

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